R. Pollini-Widmer: Alpe Soreda

Cover
Titel
Alpe Soreda. Un insediamento alpino bleniese nel tardo Medioevo nella Valle di Vals. Lampertschalp. Eine Blenieser Alpsiedlung des Spätmittelalters im Valsertal


Autor(en)
Pollini-Widmer, Rachele
Anzahl Seiten
198 S.
Preis
Andrea A Marca

Il volume è la rielaborazione del lavoro di licenza presentato da Rachele Pollini-Widmer all’Università di Basilea nel 2003 ed e` stato anticipato da un articolo intitolato Le strade dell’alpe, scelte o necessità? "I sentieri che conducono all’alpe Soreda nel tardo Medioevo", apparso nel secondo fascicolo del “Bollettino Storico della Svizzera Italiana” nel 2004. In calce presenta un catalogo dettagliato degli edifici censiti in loco in occasione di una campagna di rilevazione effettuata dall’Universita` di Basilea nel 1995. Grazie all’iniziativa dell’Istituto grigione di ricerca sulla cultura, editore del volume, al lettore si presenta il testo in versione bilingue italiana e tedesca, con la traduzione di Bernadette Hautmann-Rabbiosi e una presentazione di Georg Jäger.

L’oggetto della ricerca è un insediamento alpestre in alta quota, nella Valle di Vals a 1900 metri circa, e in particolare le vicende legate al suo accesso nel tardo Medioevo da parte di coloro che si trovano sul versante sudalpino. Recarsi all’alpis Lombarda, l’alpe dei Lombardi (Lampertschalp) come i Sursilvani denominavano tale insediamento, non era infatti come caricare l’alpis de Saurera (l’alpe che giace oltre le montagne), ossia l’alpe Soreda per i Bleniesi. Se le genti di Ilanz e Vals potevano risalire abbastanza facilmente la valle per raggiungere i pascoli e le cascine, i Bleniesi erano costretti ad affrontare ripidi pendii e valicare i monti attraverso bocchette e passi sino a 2800 metri, oppure dovevano incamminarsi per lunghi percorsi alternativi.

Il libro si apre con una metafora, ripresa in epigrafe da un testo di Guido Calgari, delle Alpi come un pettine attraverso cui passano uomini, mercanzie e idee. L’autrice, attiva presso l’Archivio di Stato del Cantone Ticino dove collabora da anni al progetto Materiali e documenti ticinesi, ha messo mano in modo assai cospicuo a documentazione che attesta e conferma questa visione della montagna, una visione del resto da tempo acquisita dalla storiografia. L’alpe Soreda, per la sua ubicazione, per il sistema di gestione e per la particolarità di alcune circostanze che hanno determinato una ricca produzione di carteggi, rappresenta un caso molto interessante sotto vari punti di vista, anche alla luce della visione evocata dall’epigrafe. Si tratta infatti di pascoli sul confine linguistico-culturale tra le aree italofona, germanofona e romancia, il che si ripercuote su questioni legate alla convivenza, all’evoluzione storica dei diversi territori in contatto, alle modalità costruttive degli edifici. Il suo essere di frontiera, a cavallo di monti e culture, ne fa un anello di passaggio privilegiato per forme e modelli.

La documentazione citata, tra cui numerosi verbali di interrogatori, e l’analisi che ne propone l’autrice portano alla luce molte questioni legate alla quotidianità delle popolazioni alpine e al loro continuo sforzo di mantenere quell’equilibrio precario tra la comunità`, il bestiame e le risorse naturali a disposizione. Una ricerca di equilibrio che sin dal pieno Medioevo aveva spinto molte vicinie ad acquisire nuovi spazi, soprattutto nuovi pascoli, al di fuori della propria giurisdizione, spesso valicando passi e affrontando lunghi e faticosi percorsi. Così fecero i vicini di Semione, di Aquila, di Prugiasco e di Olivone, per citare gli esempi bleniesi (p. 121, nota 69), analogamente a quanto fecero i leventinesi di Osco con l’alpe di Santa Maria sul Lucomagno, quelli di Molare e poi di Faido con l’alpe di Curnera nella Surselva, quelli di Mesocco con l’alpe di Rasdeglia nella Val San Giacomo e così via (in appendice viene riproposta la cartina redatta da Martin Bundi per gli alpeggi nei Grigioni tra XII e XV secolo).

Gli esempi sono tanti e altrettanti i casi di controversie legate a simili situazioni anche sul resto dell’arco alpino e non solo. L’espansione della popolazione e dell’attività zootecnica a cui si assiste nei secoli XII-XIII ha infatti contribuito ad acuire i conflitti relativi allo sfruttamento delle risorse, in particolare di quelle di competenza prevalentemente comunitaria o soggette a regalie, come le zone boschive, la legna detta di fortuna, la pesca e altro. Un dato di fatto di cui gli storici non possono che rallegrarsi, poiché tali contrasti, quando sono approdati di fronte a istanze arbitrali, hanno moltiplicato la messe delle fonti e ne hanno diversificato la qualità`. Soprattutto i verbali degli interrogatori sono, sotto questo aspetto, molto preziosi, sebbene con alcune riserve segnalate dall’autrice. Sulla scorta delle testimonianze, che si intrecciano con documenti più ufficiali, entriamo quindi nella quotidianità e nei problemi correnti delle persone coinvolte. A dire il vero non è sempre facile districarsi tra i numerosi riferimenti alla documentazione, che si intrecciano sull’arco di molti decenni e si richiamano frequentemente, anche a motivo della sequenza tematica dei capitoli. Dopo un’introduzione dedicata al contesto storico-politico entro cui si inserisce la vicenda centrale del libro, ovvero la disputa del 1451-1455 tra alcune vicinie bleniesi sulle vie da percorrere per accedere all’alpe Soreda, si passano infatti in rassegna gli aspetti giuridici dell’insediamento, quelli costruttivi e infine quelli “viari”.

La prima parte (cap. 3, Alpe Soreda o Lampertschalp) è ricca di spunti in varie direzioni. Per esempio in merito ai motivi che spinsero i vicini di Ponto Valentino, Castro e Marolta ad acquistare da Gaspare de Strata, abitante ad Airolo, la quota dell’alpe spettante alla sua famiglia per l’ingente somma di 400 ducati d’oro, episodio che diede origine alla lunga disputa contro quelli di Olivone, Aquila e Dangio. O ancora in merito alla convivenza sull’alpe di diversi gruppi linguistici e alla presenza di affittuari che provenivano anche da molto lontano. Limitandosi a quelli provenienti dal versante sudalpino, v’era chi saliva da Monte Carasso, dalla Valle Morobbia, da Lugano e addirittura dalla Valle della Tresa, a testimonianza del fatto che per raggiungere l’equilibrio di cui si e` detto in precedenza era necessario investire molte energie e allargare il più possibile il campo d’azione degli attori coinvolti.

La mobilità di lungo raggio è una caratteristica comune a molte regioni, sebbene l’origine vada ricondotta a cause talvolta diverse. Basti pensare agli alpeggi nella Val Masino in Valtellina caricati dai terrieri di Mello o a quelli in Valle Bedretto caricati da vicini della bassa Leventina. A tale proposito vale la pena ricordare una testimonianza orale raccolta da Mario Vicari nel 1982, in cui si riferisce che i boggesi di Giornico mandavano l’aiutante del casaro sull’alpe Croslina (Cristallina) in Valle Bedretto, di cui erano proprietari, una dozzina di giorni prima del carico affinché curasse l’erba, ovvero impedisse ai bedrettesi di lasciarvi pascolare abusivamente le loro bestie. La documentazione medioevale alla quale ha attinto l’autrice non sembra dire se una pratica simile fosse in uso già allora, ma considerando le tensioni che scaturivano da abusi analoghi non lo si puo` escludere a priori. Ad ogni modo il numero delle persone citate nelle fonti che riguardano l’alpe Soreda o i pascoli circostanti e` molto consistente e riflette la vitalità dello sfruttamento dei territori ad alta quota.

Gli aspetti costruttivi dell’insediamento vengono affrontati nella seconda parte (cap. 4, Gli edifici dell’alpe), che si ricollega al minuzioso catalogo posto in appendice (pp. 133-179), basato sui dati della rilevazione effettuata nel 1995 dagli studenti dell’Università di Basilea sotto la guida del professor Werner Meyer e dell’ingegner Jacob Obrecht. Ricerca storica e archeologica vanno qui felicemente a braccetto e offrono risultati di sicuro interesse. All’alpe Soreda emerge infatti la coesistenza delle due forme di sfruttamento, quella frazionata in piccole aziende individuali e quella unitaria, e il forte influsso della tipologia costruttiva sudalpina, in particolare bleniese, prevalente rispetto a quella caratteristica della Valle di Vals.

Con la terza parte (cap. 5, La strada) si entra nel vivo dei motivi che hanno determinato la controversia. Dalla documentazione riportata possiamo desumere molte informazioni assai significative sia su aspetti pratici (un testimone per esempio riferisce che seguiva due tragitti differenti a seconda che conducesse bestiame grosso o bestiame minuto, un altro che il percorso cambiava se fatto con il bestiame oppure trasportando a valle i prodotti) sia su aspetti legati piu` strettamente alle tensioni di quegli anni di guerra, riflessi nelle paure della gente e nei pretesti avanzati per influenzare il giudizio del duca di Milano.

Porre la lente su un insediamento alpestre come Soreda consente dunque, come evidenzia la stessa autrice, di gettare un raro e privilegiato sguardo sulla dinamica dei diritti d’uso tardomedievali nel territorio alpino e in particolare sulla gestione degli alpi in comune e dei diritti specifici acquisiti con la quota dell’alpe.

Il testo è corredato da un breve glossario, da un indice dei nomi di persona e di luogo e da una serie di illustrazioni, tra cui una bella carta secentesca con la strada d’accesso all’alpe Soreda dalla Val Scaradra.

Citation:
Andrea A Marca: Recensione di: Rachele Pollini-Widmer: Alpe Soreda. Un insediamento alpino bleniese nel tardo Medioevo nella Valle di Vals, Coira, Instituto grigione di ricerca sulla cultura, 2010. Prima pubblicazione in: Archivio Storico Ticinese, Vol. 151, pagine 160-162.

Redaktion
Veröffentlicht am
22.05.2013
Beiträger
Redaktionell betreut durch
Kooperation
Die Rezension ist hervorgegangen aus der Kooperation mit infoclio.ch (Redaktionelle Betreuung: Eliane Kurmann und Philippe Rogger). http://www.infoclio.ch/
Weitere Informationen
Klassifikation
Region(en)
Mehr zum Buch
Inhalte und Rezensionen
Verfügbarkeit